La mia vita prima degli ABBA

Non so proprio come possa essere arrivata agli ABBA così tardi. Perché sì, lo confesso: li ho ascoltati con attenzione solo la scorsa estate, quando ho accompagnato un gruppo di ragazzi in Inghilterra. Lo spettacolo finale della vacanza-studio, a tema Mamma mia!, ha reso più o meno inevitabile il loro ascolto. Quotidiano.
E da allora, nella mia testa, è stato tutto un pullulare di paillettes e colori sgargianti sulle note di Dancing Queen.

Così, quando lo scorso weekend mi sono trovata a Stoccolma con tre care amiche, la meta naturale del viaggio è diventata il museo degli ABBA. Col senno di poi, lo definirei quasi un pellegrinaggio, nonostante nessuna di noi sia una fan accanita, né profonda conoscitrice del gruppo svedese. In generale mi sento di consigliare questa tappa a tutti quelli che vogliono vivere un’esperienza museale totalmente diversa dal solito. E la parola “museo” non deve fare paura. 

Certamente, il percorso è fatto di parti più tradizionalmente esplicative (ma non invasive rispetto al resto), e di ambienti in cui sono raccolti i cimeli del periodo d’oro del gruppo, ma il cuore del museo rimane la sezione interattiva. L’età, qui, non conta davvero: bastano un minimo interesse per la musica e, soprattutto, tanta voglia di divertirsi. Il resto viene da sé: studi di registrazione in cui cantare, palchi dove esibirsi insieme agli ologrammi della band e stanze in cui è possibile ballare sulle hit degli ABBA. 

Quindi mettete un gruppo di amiche italiane, spargetele liberamente e senza timore lungo il percorso di un museo svedese, dove i visitatori cercheranno di trattenersi e darsi un contegno, e avrete la formula perfetta per una visita di un pomeriggio: applausi e tante risate.

Hey! It might look like I’m listening to you, but in my head I’m listening to ABBA. 

 

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