New York, una dichiarazione d’amore

Profilo di New York da Ellis Island

Attenzione. La quantità di film, fotografie, libri, pagine, musica spesa su New York è talmente straripante da rendere questo post altamente superfluo. Eppure, nel mezzo di un’estate strana, ormai ben lontana dal Circolo Polare, e turbinante come solo io so organizzare, sento di dover spendere ancora qualche parola.

Anticipazione. Due anni fa, quando per la prima volta ho messo piede a New York, non ho avuto una grande impressione della città. L’eccessiva confusione e le continue sollecitazioni in corso (visive e tattili, troppa gente che troppe volte ti viene addosso, il costante frastuono dei clacson e mille voci che si sovrappongono, fumi e odori che continuano a cambiare e a sommarsi e a inondarti) e visite flash per il centro, tra Times square e la prima parte della 5th, mi avevano innervosito più che affascinato. Insomma, una Milano al cubo, in termini di isteria: anche no, grazie.

Graffiti a Bushwick

In questa occasione, però, mi sono decisamente ricreduta. A dirla tutta, ne avevo il sospetto, ma non volevo illudermi, non per la seconda volta. Ma, alla fine, dieci giorni a New York sono stati una lunga e intensa poesia da leggere e rileggere senza stancarsi mai. Perché (per fortuna) non c’è solo Times square, e più si macinano chilometri a piedi, più ci si accorge che non si è in un unico posto, ma in mille città contemporaneamente, che suonano un’unica, armoniosissima, melodia. Da Chinatown a Little Italy, da Harlem a Brooklyn, è impossibile abbassare lo sguardo, a meno che non si decida di salire sul Top of the Rock o di godersi il tramonto dalla (quasi) cima dell’Empire State Building. Distese di grattacieli di epoche diverse si dispiegano davanti agli occhi di migliaia, milioni di visitatori e abitanti, le strade si srotolano, infinite, e a ogni passo si precipita inevitabilmente in un film/telefilm diverso, tra passato, presente e futuro distopico. Se una volta a Williamsburg mi sento un po’ cameriera rosso-giallo vestita, come in 2 Broke Girls, al Washington square Park rivivo l’amatissimo A piedi nudi nel parco; quando Sutton square, con vista sul Queensboro bridge, rappresenta l’immancabile classicone, Manhattan di Woody Allen, Times square mi ridiventa una tra le scene più popolari di Mr. Robot. Perché anche se vai a New York per la prima volta, hai l’impressione di avere già visto tutto, di averci già vissuto. E allo stesso tempo di avere ancora tutto un mondo da esplorare.
E ancora non ho parlato dei musei. Un percorso, passo dopo passo, fatto di sindromi di Stendhal che serpeggiano tra i Cloisters e il MoMA, il Met (e il Met Breuer) e il Guggenheim, la Neue Galerie e i graffiti di Bushwick.

Così, l’ultima sera, ho preso la mia decisione finale. Dopo essermi riempita gli occhi di arte di strada e aver visitato lo studio di un’artista, sono entrata in uno dei millemila ottimi ristoranti giapponesi della città. Dalla finestra ho assistito ai preparativi di una festa di compleanno. Banale, certo. Ma è lì che ho realizzato quanto NY mi stesse facendo la corte. E ho ceduto.
Dopo cena, per caso, sono entrata in una galleria dove si teneva il finissage della mostra di David Hollier. Lì, sulla parete, c’era una sua stampa che ritraeva il celeberrimo primo piano di David Bowie (in Aladdin Sane), composto con le parole di Space Oddity. E l’ho presa. Perché a New York tutto ha ancora il potere di cambiare. In un attimo.

Vista panoramica dall’Empire State Building

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