Vent’anni di me e di Londra

Londra, London Eye (luglio 2017)

Arrivo alla fermata di Knightsbridge a piedi, durante una fresca e anomala domenica di fine luglio, in cui il centro di Londra è paralizzato per una manifestazione ciclistica che interferisce con il percorso pianificato da fare con i ragazzi. Nemmeno troppo da lontano, scorgo l’imponente edificio storico da cui sventola una pletora di Union Jack, sede dei grandi magazzini Harrods. Sono le 12 e per la strada un uomo suona una versione a tromba di Despacito (purtroppo sì, ennesima versione per l’ennesima volta) e le persone già escono ed entrano velocemente dalle porte a vetri. Supero la soglia d’ingresso e mi rendo conto di non ricordare praticamente nulla della mia precedente visita: non le scale mobili, non i lussuosi negozi e nemmeno l’ambientazione a tema egizio che domina un intero piano.

Londra, Harrods (luglio 2017)

Mentre parlo, mi tuffo mentalmente indietro e faccio dei brevi calcoli: sono volata a Londra ormai non so più quante volte, fatico a tenere il conto, eppure la mia visita ad Harrods ha una data ben precisa. Era, a mia volta, la mia vacanza studio, e avevo 16 anni, correva quindi il 1997. Era l’estate dell’uscita di Harry Potter, l’estate dei miei capelli (quasi) verdi e della maglietta dei Rancid, l’estate di Lady D. Da allora, tante, tantissime cose sono cambiate, anche io non sono più la stessa, ma la mia storia d’amore con Londra continua, da vent’anni.
Certo, non nutro più quell’amore adolescenziale cieco e incondizionato, che obnubila al punto da non riconoscere i difetti di qualcosa, della città. Eppure adoro tornarci, immergermi nelle sue strade, perché so che ha sempre qualcosa da regalarmi: che siano un cinema con un’amica, uno scorcio particolare, la sala delle turbine con l’installazione di Olafur Eliasson alla Tate Modern, la fila fuori dalla Brixton Academy in attesa dei Placebo, un concerto dei Rolling Stones a Hyde Park o la mostra su David Bowie al Victoria and Albert. Continuo ad amarla nonostante il costante affollamento, l’eccessiva frettolosità che domina le sue strade, la noncuranza dei passanti che ti fa sentire piccolo piccolo, quasi inesistente. Perché i suoi gesti per farsi perdonare, poi, sono sempre ruffianamente eclatanti. E riusciti.

Allora, marciando sul sovrappasso diretta al bus, a Embankment, attenta a non perdere i ragazzi tra la folla, la osservo per un’ultima volta, prima di andare via. La osservo baciata dal sole, che fa capolino tra le nuvole, riflessa sulle acque torbide del Tamigi. Ed è sempre bellissima. Questo è il mio regalo, per ora. Ma tornerò di nuovo, presto, prestissimo.

Londra, luglio 2017

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