Abito in via del Salmone, numero 4

Già, riprendo le fila del discorso nordico-lappone da un punto non casuale. Si tratta di un quartiere di Luleå a cui tengo molto, e che è anche il luogo in cui vivo dalla fine di giugno: Svartöstaden, “la città nera”.
Prima regola: a Svartöstaden, non si arriva mai per caso. Certo, a meno che non si sbagli direzione dell’autobus, come a suo tempo capitò a me… Ma tendo sempre a perdermi, perciò non è una novità.
È una zona vicina al centro, ma isolata dalla linea ferroviaria, che in qualche modo ne delimita i confini. E per arrivarci, a parte la strada principale, si possono attraversare (a piedi o in bici) due o tre percorsi ad alto tasso di suggestività, che alternano paesaggi industriali e post-industriali − binari del treno, gigantografici silos in cemento, il porto delle navi rompighiaccio − a sfondi naturalistici, dal bosco alla spiaggia.

 

La sua conformazione, in realtà, si spiega piuttosto facilmente. L’area si sviluppa dalla fine dell’Ottocento come quartiere operaio, collegato prima al porto industriale e poi alla fabbrica Norrbottens Järnverk AB (ora SSAB) e nasce come sobborgo rurale di Luleå, inglobato ufficialmente nella città solo a partire dal 1933. Tutte le costruzioni a scopo abitativo, perciò, sono semplici casette in legno, destinate agli operai che si recano tutti i giorni al lavoro.
Le cose, però, cambiano con il passare degli anni: il suo patrimonio architettonico è oggi sottoposto a tutela da parte dello stato; sembra che il quartiere sia abitato prevalentemente da artisti e che vi regni uno spirito particolarmente solidale. Di sicuro, appena si incontra qualcuno per strada ci si saluta vicendevolmente (cosa davvero inconsueta a Milano, ma anche in centro a Luleå in effetti), e abbastanza frequenti sono i gårdens loppis, mercatini delle pulci ospitati nei cortili, in cui gli abitanti rivendono i propri ninnoli e abiti.

Infine, lo confermo, Svartöstaden è il quartiere dei gatti: appena si mette piede nella zona, gattoni di tutti i colori trotterellano festosamente per le vie e si lasciano tranquillamente accarezzare dai passanti; anche l’insegna dell’asilo di quartiere ha, non a caso, un gattino nero come simbolo. E a questo punto non potevo che adeguarmi: perciò ecco Monke, il micino appena arrivato in casa, adottato da un’associazione locale.

Monke
Gatto di Svartöstaden

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da quel giorno in cui intravidi, da dietro il vetro appannato del bus n. 7, sequenze di casette colorate, raccolte e silenziosamente immerse nella neve, sono scivolate via svariate stagioni, eppure la sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto ancora non è svanita. Sarà che, dal primo istante, questa parte di città mi è sembrata davvero autentica, a dispetto dei numerosi edifici moderni del centro, sarà che il fascino della storia mi irretisce insanabilmente, e allora eccomi qui. Nella mia casetta azzurra, con una finestra da cui vedo il mare. E sì, la cosa non poteva essere più svedese di così, vivo nella via del Salmone (Laxgatan), al numero 4.

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