Ieri finalmente, è arrivato, via posta, il tanto sospirato personnummer, un codice numerico che viene assegnato dallo Skatteverket, l’agenzia svedese delle tasse, a tutti coloro che, cittadini o immigrati, vogliano risiedere regolarmente in territorio svedese. Da ciò si deduce facilmente come tutto, qui, parta e ruoti attorno alla regolarizzazione e regolarità fiscale: se vivi e lavori in Svezia, devi pagare le tasse allo Stato, niente scuse.
Senza il personnummer, infatti, non è possibile fare molto altro: non si può richiedere la carta d’identità locale (e quindi niente conto in banca), non si può stipulare l’assicurazione sulla casa, non ci si può iscrivere alle liste per cercare lavoro, non si possono attivare abbonamenti telefonici e, quindi, nemmeno frequentare il corso di svedese gratuito, organizzato da ciascun comune per chi è appena arrivato.

Seppure inseriti in uno Stato molto accogliente, ci si sente, insomma, degli irregolari: se, banalmente, per pagare una cioccolata, carta di credito e carta d’identità italiana non bastano come documenti identificativi, ci si ritrova a sentirsi un po’ in debito. E paradossalmente, spero che prima o poi tutti provino questa sensazione, trovandosi un po’ fuori luogo in un posto “altro”, diverso da quello dove sono nati e vissuti, perché, in questo modo, si risparmierebbero un sacco di parole inutili.
E ribadisco, parlo di una fugace sensazione, all’interno di un Paese UE, con una burocrazia tutto sommato efficiente, in grado di procurarmi questo codice a una settimana dalla sua richiesta.

Passando a un argomento più futile, che rimane però in tema, ieri ho guardato la prima puntata di una sit-com svedese, fortemente autobiografica, ideata dal comico statunitense Greg Poheler: si intitola, appunto, Welcome to Sweden, e racconta le avventure di un lavoratore in carriera, americano, che lascia Manhattan per raggiungere la fidanzata, svedese, nel paese dove è nata. Il buffo incontro tra le due culture e l’ironia con cui si guarda alle abitudini svedesi (seppur da un punto di vista esterno) sono i due punti di forza della serie. Peccato che, per ora, la debba interrompere, perché buona parte del dialogo è in svedese. Senza sottotitoli.


La mia vita senza tacchi

Assidua lettrice, moderatamente grafomane, serie tv-dipendente, incallita girovaga, smodata ammiratrice (senza speranza) di Andy Warhol e David Bowie. E, già, per niente sportiva.

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