Identità svedese, o quasi

Pubblicato da La mia vita senza tacchi il

In qualche post fa, dicevo che in Svezia, una volta ottenuto il personnummer, occorre fare richiesta della carta d’identità, senza la quale non si possono fare cose carine come aprire un conto in banca, o stipulare un contratto telefonico. No, infatti non li ho ancora.

Farne richiesta è semplice: si paga una tassa di 400 corone (circa 40 euro) e, muniti di passaporto, si torna allo Skatteverket per completare le pratiche. Una volta lì, si prende il numerino, si attende e poi, quando arriva il proprio turno, si entra nell’ufficio.
Scordatevi lo scenario che di solito accompagna un’allegra mattinata, che so, all’INPS, dove regnano sovrani il chiacchiericcio costante, le file interminabili, gli sbuffi e le contrarietà, e l’incompetenza di molti dipendenti. No, qui l’ambiente è (come consuetudine locale) molto ordinato e silenzioso (“ah, la civiltà!”, direbbe Checco Zalone), gli sportelli e le file ben organizzati: almeno a Luleå, l’attesa non è mai così lunga e snervante.

Quo vado? (2016)

Però, però, però, ci sono comunque dei risvolti drammaticamente oscuri, soprattutto perché gli impiegati sono molto scrupolosi nel trasmettere al prossimo la verità. Quindi, una volta entrati nell’ufficio, si viene sottoposti a una dura prova: l’impiegato misura l’altezza del richiedente e poi gli fa una bella foto.
E io, che per anni in Italia ho sempre imbrogliato sulla mia vera altezza, regalandomi qualche centimetro in più, qui mi sono dovuta rassegnare all’amara realtà dei fatti: sono alta 165 cm.

In preda alla tristezza, dunque, mi sono seduta, attendendo la seconda fase di questa triste presa di coscienza: serissima, di fronte a multiple luci, ho atteso che il mio ritratto fosse pronto. Il risultato? Sembro uscita da Gomorra.
Due settimane dopo, il risultato definitivo.

Scena tratta da Gomorra, la serie tv


La mia vita senza tacchi

Assidua lettrice, moderatamente grafomane, serie tv-dipendente, incallita girovaga, smodata ammiratrice (senza speranza) di Andy Warhol e David Bowie. E, già, per niente sportiva.

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