Kiruna – il ritorno

Pubblicato da La mia vita senza tacchi il

È la prima volta che scrivo, dopo mesi (assurdi e lenti) di assenza. Ho capito quindi che il viaggio è il mio motore, è la mia carica costante e fonte di ispirazione. E Kiruna è il mio vaso di Pandora. Così ho pensato quando ci sono tornata, la scorsa settimana, a distanza di due anni. C’è così tanto da dire, da vedere, da provare… Ne avevo già parlato, lo so, ma le sensazioni che mi assalgono a ogni visita mi ingolfano di parole, pensieri. Mi fa quasi male l’idea di non poterli rovesciare da qualche parte.

GIà. Il vento è sempre quello, pronto a frustarti i capelli. Il cielo è lo stesso: infinito, ma basso, grigio e nuvoloso, tendente al minaccioso. Anche d’estate. E no, nemmeno questa volta sono riuscita a intravedere il profilo del Kebnekaise (la cima più alta della Svezia). E neppure il sole di mezzanotte dall’alto di una collina, destinazione ultima del Midnattssolstigen.

Kiruna, la miniera di LKAB. Foto di Silvia Colombo (luglio 2020)

Da subito mi lascio trasportare dallo spirito della città, da un genius loci che non si può ignorare – è lì, vicino, ti gira attorno, picchietta insistente sulla tua spalla fino a quando non ti giri e, sfinita, decidi di dargli retta. Ed è allora che il mio viaggio sentimentale ha inizio. A Kiruna solo il clima è (forse) sempre uguale a se stesso, il resto cambia, si trasforma velocemente. Alcune case ed edifici si trasferiscono, altri vengono demoliti (qui ho già spiegato che cosa succede).

Questa volta ho trovato una città divisa, spaccata in due. Il nuovo centro, che cresce inglobando un municipio letteralmente (nuovo) di zecca e che ha ormai perso lo status di “landmark”. E il centro storico, che è ancora lì, in bilico, in parte abbandonato, o meglio, svuotato. Silenzioso. Ma resiste. E i segni della resistenza non si colgono solo dai luoghi ‘commemorativi’, come il parco che ricorda il luogo in cui, fino allo scorso anno, sorgeva il vecchio municipio, ma anche dagli sguardi delle persone. Dai muri delle case e dei locali che parlano, esponendo a mo’ di manifesto renne in bronzo ormai desuete e testi che raccontano una storia fatta di cambiamenti mai richiesti, spesso non voluti.

Il nuovo municipio, affiancato dalla storica torre dell'orologio. Kiruna, luglio 2020 (foto di Silvia Colombo)
Kiruna, dettaglio del centro storico, luglio 2020 (foto di Silvia Colombo)

Imbocco il sentiero che esce dal centro e mi perdo in contemplazione della collina dove si trova la miniera di ferro. Una voragine sempre più grande si apre davanti agli occhi di tutti, monito costante e doloroso di un futuro che incombe ed è sempre più vicino. Mi dirigo verso la chiesa rossa in legno, edificio iconico che demarca il profilo di Kiruna e ne è divenuto il simbolo, civico e spirituale. Ritorna da più parti, compare nelle foto storiche e fa capolino dalle cartoline, è un modellino esposto all’ArkDes, ma anche uno dei luoghi principali in cui Åsa Larsson ha ambientato il suo “Tempesta solare”. Entro in chiesa, mi siedo. In silenzio. E penso che Kiruna sia uno dei posti più assurdamente incredibili che io abbia mai visitato.

Si fa amare e odiare insieme, e al contempo si prova una stretta allo stomaco. Si tratta di un’amara nostalgia per un passato che non è mai esistito. 

(Direi che Kiruna è per sempre, ma solo per citare la mostra dell’ArkDes di Stoccolma).

Chiesa di Kiruna, luglio 2020 (foto di Silvia Colombo)

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La mia vita senza tacchi

Assidua lettrice, moderatamente grafomane, serie tv-dipendente, incallita girovaga, smodata ammiratrice (senza speranza) di Andy Warhol e David Bowie. E, già, per niente sportiva.

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