Da D.Repubblica, articolo del 28 agosto 2017

Qualche giorno fa, mentre trascorrevo del tempo ameno su facebook (dicesi: [caz-zég-gio]), sono incappata in un mio vecchio stato, che diceva più o meno questo: Silvia è “alle prese con la sua incapacità di abbracciare le mezze misure”. Ho subito sorriso, pensando di essere decisamente lontana dal concetto di LAGOM (che poi è all’incirca l’equivalente della filosofia hygge danese ultimamente tanto hype, discussa, chiacchierata, ecc.) alla base della società svedese.

O forse no?

 

 

In sostanza, lagom, traducibile con espressioni come “la giusta misura”, “né poco, né troppo”, è qualcosa di più di una semplice parola, che peraltro può essere usata come sostantivo, aggettivo o avverbio a seconda delle circostanze. È una filosofia di vita che pare stia prendendo piede anche al di fuori del Paese (almeno pare… è davvero così?) in virtù della sua armoniosa pacatezza. Se la taglia di un vestito è perfetta per noi viene detta lagom. Ma si è lagom anche con il cibo (quando si condivide il cibo è bene avanzare l’ultima porzione), oppure con le altre persone – non ci si altera mai in maniera evidente, non si parla più del dovuto e i silenzi sono parte integrante di un dialogo. E ovviamente con l’ambiente: il riciclo dei rifiuti e il rispetto per la natura sono altri due fondamenti irrinunciabili.

 

Tentativi di sabotaggio mentre scrivo il post

Quindi ho pensato a me, al mio essere istintivo, impulsivo, spesso senza mezze misure. Ho pensato a me durante le vacanze di Natale, arrivata a Milano da dieci minuti e già a discutere con l’isterica di turno incrociata sulla 50. Qualche istante di frenesia e la bolla di calma costruita lentamente nel tempo è scoppiata in un nanosecondo.
Poi, però, ho provato ad ampliare la panoramica di riferimento. E mi sono venuti in mente tutti i luoghi di lavoro in cui sono passata, dove le urla sono all’ordine del giorno, dove il gesticolare diventa talvolta concitato e il tono di voce tutt’altro che moderato. E le parole hanno un peso: quello dei macigni. 
Poi ho ricordato le infinite discussioni, ovunque, da parte di tutti: lo sbuffare in fila alla posta, un equilibrio precario che al minimo sgarro scivola verso il battibecco. Le attese all’ospedale, costellate dai litigi con quello che cerca di fare il furbo e di saltare la fila. L’ingresso ai concerti, la ressa nei palazzetti durante la sera del concerto. Il vociare nei locali affollati, in tutte le stagioni, sempre. Le urla per strada, degli ubriachi o dei sobri. La notte.
Tutto chiacchiera, tutto friccica, tutto brulica e si muove. Sempre, costantemente. E a volte, lo ammetto (ma solo a volte), questo chiassoso fermento mi manca. 

E dopotutto anche noi abbiamo una nostra mezza misura. Certo, gli standard di riferimento sono altri, ma riusciamo a vivere. Con un equilibrio tutto nostro. Altrimenti da dove viene il motto latino in medio stat virtus?

 In ogni caso, il libro che sto leggendo, e che a tratti trovo insopportabile, devo ammetterlo, è questo: 

Lola A. Åkerström, LAGOM. La ricetta svedese per vivere con meno ed essere felici
BUR (2017), pp. 144.
Circa 15 euro


La mia vita senza tacchi

Assidua lettrice, moderatamente grafomane, serie tv-dipendente, incallita girovaga, smodata ammiratrice (senza speranza) di Andy Warhol e David Bowie. E, già, per niente sportiva.

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