Jämställdhet, verso la parità di genere

Pubblicato da La mia vita senza tacchi il

Oggi, giornata internazionale della donna, più che di auguri o ricordi vorrei parlare di una condizione positiva che ho appreso – e imparato ad apprezzare – da quando vivo in Svezia. Nella società svedese (che pure, ci tengo a ribadire, non è perfetta, poiché l’Eden non esiste) ci sono alcune parole chiave che definiscono alcuni aspetti della sua cultura. Una di queste è proprio jämställdhet, ossia “uguaglianza di genere”. Secondo la definizione fornita dall’ente pubblico alla guida di queste tematiche, il Jämställdhets myndigheten, essa prevede che “gli uomini e le donne godano degli stessi diritti, doveri e possibilità”.

Che poi queste non siano solo parole al vento, è dimostrato dai fatti.
Nonostante la prima legge a favore della parità tra uomo e donna sia datata solo 1979 (in Italia l’articolo 3 della Costituzione viene approvato subito dopo la Seconda guerra, nel 1947), la Svezia si impegna costantemente e attivamente in questo senso. Ad esempio, già nel 1922 le donne iniziano a presenziare in Parlamento e a oggi la presenza femminile in politica si attesta quasi attorno al 45%.

Girando per le strade e compiendo le più disparate azioni quotidiane, ci si rende conto che non esistono lavori o hobby “da donna” o “da uomo”. Certamente, ci sono delle professioni o attività a maggiore occupazione maschile/femminile, ma un’opzione non esclude l’altra: le donne quindi sono elettriciste, così come gli uomini partecipano a un workshop di cucito.

Ancora, la maternità e la paternità vengono messe sullo stesso piano, al punto che lo Stato mette a disposizione della coppia 480 giorni (da utilizzare fino al 12esimo anno di vita del figlio) da spartirsi equamente a seconda delle esigenze familiari e lavorative.

E se la Svezia si è di recente qualificata come il Paese con il più alto tasso di violenza sulle donne, è perché, in realtà, c’è una maggiore consapevolezza nello sporgere denuncia. Il che si va inoltre a sommare a una minore tolleranza nei confronti del concetto di ‘violenza’, come personale superamento di una determinata soglia di intimità. E si tira un sospiro di sollievo quando per le strade non partono fischi e commenti imbarazzanti a caso, rivolti a una donna, anzi, rivolti al “suo corpo che cammina”.

Quindi, in questa giornata e, più in generale, in un periodo sensibile come quello in cui viviamo, mi auguro semplicemente che ci sia e si possa raggiungere una maggiore consapevolezza nei confronti del concetto universale di uguaglianza.


La mia vita senza tacchi

Assidua lettrice, moderatamente grafomane, serie tv-dipendente, incallita girovaga, smodata ammiratrice (senza speranza) di Andy Warhol e David Bowie. E, già, per niente sportiva.

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