Pendolari a Milano (immagine dal web)

Non appena sento la parola “pendolare“, subito rabbrividisco. Mi vengono in mente stralci milanesi all’ora di punta, quando si sale sui bus e sulle metropolitane per stare schiacciati come sardine. Si sta alito contro alito, si squarcia la privacy altrui senza averne la minima voglia, si passa all’invasione di spazi personali al di là di ogni limite immaginabile. Ed ecco le code, all’uscita dell’A8 che collega Milano a Varese e che ho percorso tante e ancora più volte, da ragazzina, nel corso degli anni universitari e poi oltre, per lavoro. Credo che, andando a guardare il manto stradale, si riesca facilmente a individuare il solco delle ruote del “mio” autobus.
Ancora, durante le scorse vacanze natalizie, quando sono tornata in Italia per qualche tempo, ho frantumato mesi di pace e di calma interiore nell’arco di un nanosecondo, non appena salita sulla 50. “Bentornata Silvia” hanno intonato in coro l’ATM e il Comune di Milano. Lo stress e la rabbia mi hanno immediatamente accolto a braccia aperte. Perché tornare a Milano è come andare in bicicletta. Dopo un microsecondo ti ricordi esattamente come si fa, come era, come è viverci.

Pendolari a Luleå

Essere pendolari in Lapponia svedese, invece, ha un altro sapore. Beninteso, il mio pendolarismo si limita a una tratta molto breve, che va da casa, a Svartöstaden, fino al centro di Luleå: 15/20 minuti in tutto. Quando, alla mattina, mi dirigo alla fermata, il silenzio più assoluto regna incontrastato e solo di rado incrocio qualche persona. Se non sono in ritardo, riesco a fare anche delle foto agli scenari assurdi a cui assisto: chilometri di neve notturna che si sono accumulati inesorabili davanti alla porta d’ingresso, alberi completamente ghiacciati dai -20 gradi, och så vidare (e così via). Sta mattina mi anche è cascato un cumulo di neve (fresca! Niente panico) in testa, piovuto dall’albero.

Gli autobus, poi, sono deserti: spesso percorro tutta la tratta del 7 in completa solitudine, godendomi lo spazio a disposizione che mi viene generosamente elargito. Ovviamente non sempre e non tutte le tratte godono di questo stato paradisiaco, ma la casistica va per la maggiore.
I problemi, oh sì, sono altri.
Bisogna stare attenti a non scivolare, sulle strade ghiacciate, o dove la neve è stata schiacciata così “tante” volte da essere completamente liscia. O mettendo il piede laddove una volta c’era un marciapiede, o un dislivello.
Per le strade è necessario fare attenzione ai cartelli che mettono in guardia dalla caduta di neve dai tetti (soprattutto in centro, nel resto dei quartieri sta un po’ alla buona sanità mentale di ciascuno controllare qua e là).
E, certo, quando si cammina per strada controvento, con il cappuccio e la sciarpa a coprire il viso e la testa bassa, anche il minimo movimento a volte richiede un grande sforzo. Ma la calma è impagabile. 
Ecco, sono tutti calmi, tranne gli autisti alla fermata principale di Smedje. Loro no, noncuranti delle coincidenze, prendono e se ne vanno quando scatta il “loro” minuto.


La mia vita senza tacchi

Assidua lettrice, moderatamente grafomane, serie tv-dipendente, incallita girovaga, smodata ammiratrice (senza speranza) di Andy Warhol e David Bowie. E, già, per niente sportiva.

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