Il “raggare”: nozioni sulla tamarria di periferia lappone

Pubblicato da La mia vita senza tacchi il

La primavera è arrivata, nel Norrbotten e più in generale nella Lapponia svedese. Si sono sfiorati i 15 gradi, il disgelo è prepotentemente in atto e i “raggare” della zona hanno iniziato a sfoggiare ciò che tengono gelosamente in serbo per tutta la stagione invernale. Lunghe e chiassose auto americane provenienti direttamente dagli anni ’50. Proprio così.

Ho percorso oltre mille chilometri, mi sono trasferita dalla periferia milanese a quella svedese per accorgermi che – già – il tamarro che fa le vasche in centro con l’auto c’è anche qui. Ancora più rumoroso, forse. Perché al volume della musica che straripa e tuona dalle case dell’impianto stereo, si deve aggiungere quello dei motori che sgasano lungo la strada, intimando al passante di girarsi e di assistere a una sfilata performativa improvvisata.

Quella del raggare, nella periferia svedese, è una vera e propria subcultura congelata nel tempo. Qui il mito americano viene rivissuto e rimesso in atto ogni estate, attraverso sfilate, raduni, feste a tema e via dicendo. Non riesco a spiegarmi la forza con cui questa tendenza sia riuscita a resistere ai decenni e alle mode, ma una cosa certa c’è. La connotazione con cui si fa cenno ai raggare non è sicuramente positiva – la parola proviene infatti dal verbo att ragga, che significa letteralmente “cercare contatto sessuale con qualcuno”.

Pensate a un mix tra Gioventù bruciata (1955), Grease (1978) e Easy rider (1969) – e, ecco, alzate l’asticella ancora un po’ più in alto. Giusto per rendere l’idea, posto qui sotto l’immagine di un’auto (o, più correttamente, della carrozzeria ambulante di un’auto) che ieri sera percorreva le strade di Luleå.


La mia vita senza tacchi

Assidua lettrice, moderatamente grafomane, serie tv-dipendente, incallita girovaga, smodata ammiratrice (senza speranza) di Andy Warhol e David Bowie. E, già, per niente sportiva.

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