Una domenica al sanatorio

Pubblicato da La mia vita senza tacchi il

Dopo essermi data alla pazza gioia con un nerd-tour per le dighe del Norrbotten (questo lo scorso anno), ho deciso di dare seguito a questi itinerari frizzanti concedendomi una domenica al sanatorio. Il tutto condito da un incontro ravvicinato con un alce che si trovava a a bordo strada e che, da lontano, avevo scambiato per un cavallo.

Dicevamo… il sanatorio di Sandträsk è una struttura imponente, situata in un luogo ameno nel mezzo del nulla più totale, a circa un’ora d’auto da Luleå – la prima parte scorrevole, la seconda tutta un susseguirsi di dossi naturali e sobbalzi. 

Sanatorio di Sandträsk
Sanatorio di Sandträsk dall'esterno, settembre 2020 [foto: Silvia Colombo]

Lo stabile, inaugurato nel 1913 come sanatorio, mantenne questa funzione sino al 1964, divenendo anche centro d’accoglienza per i rifugiati della seconda guerra mondiale. Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, poi, fu riconvertito e utilizzato come casa di cura/ospedale psichiatrico e infine come struttura riabilitativa. Oggi, naturalmente, nonostante sia di proprietà privata, non può che essere abbandonato, in pieno stile American Horror Story (la serie Asylum vi dice niente? Ecco). 
Ma non disperate, perché è addirittura possibile entrare, grazie a un signore che organizza visite guidate di venerdì sera (ma anche no) e domenica pomeriggio.

Risparmio qui tutto il preambolo di come sia riuscita a entrare nonostante fossi in ritardo di 15 minuti preannunciati, e perciò abbandonata a me stessa nel parcheggio. MA basti sapere che la scorsa domenica, la gita al sanatorio di Santräsk l’hanno programmata almeno altre 40 persone.

Giusto per darvi un’idea di che cosa sia davvero pop qui nel Norrbotten.

Piscina abbandonata del Sanatorio di Sandträsk
Alcuni degli spazi abbandonati del Sanatorio di Sandträsk - settemnbre 2020 [foto di Silvia Colombo]

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La mia vita senza tacchi

Assidua lettrice, moderatamente grafomane, serie tv-dipendente, incallita girovaga, smodata ammiratrice (senza speranza) di Andy Warhol e David Bowie. E, già, per niente sportiva.

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